Gli occhi: specchio dell’anima, finestra sul mondo

“Gli occhi sono lo specchio dell’anima perché riflettono direttamente e immediatamente i processi energetici del corpo e la ricchezza di vita interiore di un organismo. Possiamo dire anche che gli occhi sono le finestre del corpo perché rivelano le sensazioni interiori. Come tutte le finestre, possono essere chiusi o aperti, possono avere uno sguardo vuoto o distante. Ci sono anche occhi ridenti, scintillanti, sfavillanti.  Ma più spesso, negli occhi della gente, vediamo tristezza e paura. Gli occhi hanno una doppia funzione: sono organi della vista, ma servono anche a stabilire un contatto. La qualità di questo contatto dipende dallo sguardo degli occhi. Può essere duro e forte tanto da dare la sensazione di uno schiaffo in viso, o talmente morbido da sembrare una carezza.”

Alexander Lowen, Bioenergetica

Occhi guardinghi, occhi diffidenti, occhi aperti o supplichevoli o irati, occhi confusi o bisognosi, occhi annebbiati, occhi presenti e allegri, spaventati. Il nostro sguardo riflette i nostri sentimenti o la difficoltà che incontriamo a percepirli e ad esprimerli.

Più siamo radicati nel nostro corpo e nella terra, più i nostri occhi sono vivi e presenti, specchi trasparenti delle nostre sensazioni e finestre aperte sul mondo in cui esistiamo.

Il contatto attraverso gli occhi è una delle forme di incontro più forti e intime fra le persone e coinvolge i nostri sentimenti ancora più profondamente di quanto possano fare le parole.

Uno degli obiettivi della personalità integrata è essere consapevole del messaggio che di volta in volta mandiamo agli altri con i nostri occhi e, nel contempo, maturare una visione della realtà esterna la più fedele possibile e scevra da proiezioni e illusioni personali.

Gli occhi hanno una doppia funzione: sono organi della vista, ma servono anche a stabilire un contatto. In questo senso la loro rilevanza espressiva è un aspetto fondamentale per comprendere le persone.

Quando due persone si guardano, è come se facessero contatto fisicamente e la qualità del contatto dipenda dal tipo di sguardo che esse si scambiano. L’atto del “guardare“ comprende una componente aggressiva (dal latino ad:  verso e gradior: procedo) e attiva che può essere descritta come “penetrare” con gli occhi. 

Il contatto è una funzione del guardare. Nell’atto di guardare una persona esprime attivamente sé stessa attraverso gli occhi.

Il “vedere” invece è un processo più passivo in cui si lascia che gli stimoli visivi entrino nell’occhio e diano solo origine ad una immagine. Quando il bambino viene al mondo, comincia a vedere le cose che lo circondano, in modo passivo.

E’ nel “guardare” il volto e gli occhi della madre, o della persona che si prende cura di lui, che inizia a fare contatto, ad avere un rapporto: il contatto con gli occhi è probabilmente il fattore più importante nella relazione genitori-figli.

Se la risposta negli occhi della persona che lo accudisce è assente od ostile, il bambino prova una grande insicurezza, un senso di rifiuto e di isolamento. Gli sguardi sono molto potenti, spesso più delle parole: anzi, a volte le smentiscono. Ad esempio, un “ti voglio bene” detto con uno sguardo freddo e duro, genera ansia e confusione, blocca il respiro. 

Gli occhi sono lo specchio dell’anima perché riflettono direttamente e in modo immediato i processi energetici del corpo: lo sguardo di una persona energeticamente carica è presente, vivo e rilassato; qualsiasi depressione del livello energetico invece, smorza lo splendore degli occhi.

Ecco perché qualsiasi attività o esercizio che accresce il radicamento o favorisce una respirazione più piena e profonda, accresce anche la carica agli occhi. 

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora la ricchezza della vita interiore di una persona dovrebbe riflettersi nella gamma di sentimenti visibili nei suoi occhi. Raramente “guardiamo” veramente gli occhi dell’altro, lasciando che emerga e che arrivi alla nostra consapevolezza l’espressione, il messaggio che essi racchiudono (supplichevole, irato, diffidente , confuso, imperioso, triste, bisognoso etc.)

La domanda che possiamo rivolgerci, dunque: cosa abbiamo paura di “vedere”?